Infinitango

Primo classificato al Concorso Attimi di Tango

         

Io sono nato in casa. Otto anni fa.
Quel giorno c’era la musica. Ma in casa mia c’è sempre la musica: tango. Solo tango.

–    “Orario?
–    “Av-av-av…”
–    “Antiorario?”
–    “Sv-sv…”
–    “Ebbravo il mio mezzo meccanico!”

Sì, sono balbuziente. E non mi dà neanche il tempo di finire le parole. Una tirata alla sigaretta, una patta in testa, rialza la musica alla radio, e si mette a lavorare dentro a qualche cofano, con quel fumo che gli impedisce quasi di vedere spinterogeni e radiatori.
Il giorno in cui sono nato, mentre mettevo fuori la testa, mio padre disse: “Fermi tutti! E’ finito il disco!”, e andò di corsa a far ripartire Gardel, appoggiando il catino con l’acqua calda e le pezze in terra, lasciando la levatrice con gli occhi sbarrati e la mia testa tra le mani, mia mamma a metà di una spinta dolorosissima, e me, mezzo fuori e mezzo dentro.
Un pazzo.
Una volta tornato in camera, mia madre gli sorrise: “Grazie, amore!”.
Due pazzi.
Forse i miei smisero di ballare soltanto tra la rottura delle acque e il taglio del cordone.
“Io… andrei un momento di là”, disse mio padre, mentre la levatrice mi toglieva dalla testa tutto quello schifo di roba bianca.
‘Di là’ significava in salotto; a ballare.
Antiorario, svita. Orario, avvita. Lo so da quando avevo sei anni. Da quando mio padre mi porta, ogni sabato, all’officina dove lavora.
Prima di entrare si sofferma, guarda la targa sopra alla saracinesca e mi dice: “Quando la compreremo farò un’insegna nuova, Pedro. Rossa. ‘Garage Romero’. Senti come suona bene?”, e tira un’altra boccata di sigaretta.
I miei ballano continuamente il tango.
Mi mandano fuori di testa.
Mio padre ha portato un grammofono sulla terrazza del nostro palazzo. La gente che passa, giù in strada, alza la testa e cerca di capire da dove arrivi quella musica.
Che vista lassù; chissà come sarebbe bello volare sopra Buenos Aires.
E loro ballano su quella terrazza fino allo sfinimento, ore e ore, sudati fradici.
Poi, a un certo punto, quando decidono – e non chiedetemi come – che quella è l’ultima nota dell’ultimo pezzo, attaccano una corsa verso la ringhiera di sicurezza, tenendosi per mano, e con un salto ci si siedono a cavalcioni; al nono piano del palazzo, con una gamba che penzola nel vuoto. E fumano.
Due idioti.
Io non ne posso più di quella musica.
Per fare i compiti devo andare al parco, perché in casa mi scoppia la testa.
Quando la sera vado a dormire, mia madre ha talmente fretta di andare a ballare che raramente mi dà il bacio della buonanotte.
E iniziano. E mi tocca dormire con la testa sotto al cuscino.
Al mattino, dopo che hanno ballato chissà quanto, mia madre dorme sul divano e mio padre si trascina in bagno per prepararsi e andare al lavoro; come sempre in ritardo.

“Non fare tardi a scuola, Pedro, eh!”.

Mio padre non sa neanche dove sia la mia scuola.

Alla maestra ho detto che fa il marinaio e non viene quasi mai a casa.

Stanotte, mentre tutti dormivano, sono salito in terrazza con una chiave inglese, e mi sono avvicinato alla ringhiera.

Antiorario, svita.

 

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